Il mio corpo, quello che mi è sempre appartenuto, quello con il quale ho convissuto e sono cresciuta, si sta ribellando alla gravidanza e lo fa a voce alta, con rutti che sembrano l’urlo dell’uomo di Neanderthal che riecheggia nella foresta.
Il tuo corpo, quello che è partito con l’unione di due cellule e che si è rapidamente sviluppato, ora ha sembianze umane e si muove, scalcia e rotola come se volesse imporre fin da subito la sua presenza.
Il suo corpo, come quale? Quello di tuo padre, quello al quale vorrei tu assomigliassi, a partire dall’imbrunire e per tutta la notte è solo ed esclusivamente mio, e non pensare male… nessun immagine a luci rosse.
È mia la sua spalla destra quando siamo sul divano ed io mi appoggio morbidamente abbandonandomi al sonno.
È mia la sua spalla sinistra quando siamo a letto ed io la cerco come unico rifugio, quando non riesco a dormire.
È tutto mio quando entrando sotto le lenzuola sento un brivido che mi attraversa la schiena, sì anche d’estate, ti ricordo che noi dormiamo con una finestra di un metro e venti per 80 spalancata proprio sopra al lettone…
E quando di mattina smette di essere mio, perché tuo padre si alza dal letto per andare a lavorare, sorrido guardando le indiscutibili tracce della mia presenza… La sua spalla con stampata sopra l’immagine del mio orecchio l’accompagnerà ancora per un po’ e servirà a ricordagli una cosa che gli ripeto fin dall’inizio (perchè io sono una persona assolutamente sincera ed onesta): è tutto mio!
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